RISONANZE DEL PAESAGGIO.
Madrid, Aprile 2003 Eugenio Castro.
Una triplice esperienza della luce, che si fonda in una triplice esperienza del paesaggio, illumina l’opera che Maurizio Lanzillotta ci offre in questa nuova esposizione. Come colonna vertebrale di entrambe, la memoria. Di qui, inoltre, il titolo della mostra, Landscape by heart, un gioco di parole costruito con l’espressione inglese by heart (in italiano: a memoria; anche se non si rinuncia al senso letterale: di cuore). Pertanto, paesaggi che si ricordano a memoria. E allo stesso tempo, memoria del paesaggio come spazio nativo di vita e creazione che perdura come tatuaggio emozionale, precisamente, sulla pelle della memoria.
Nonostante ciò, nulla deve portarci a pensare che la sua creazione rappresenti solo una pedissequa trasposizione plastica. Come si può comprovare, questa ricostruzione del paesaggio ubbidisce ad un contrordine dell’immaginazione, annullando qualunque condizionamento prosaico. Inoltre, come potrebbe essere possibile tale operazione (la pedissequa traduzione) con la memoria? La rappresentazione di ciò che si evoca, può coincidere esattamente con il ricordo visuale che di questo abbiamo?...
Anche se originario di Campobasso, Lanzillotta vive la sua infanzia e adolescenza a S.Agata (tra Modena e Bologna), trasferendosi più tardi in provincia di Ravenna. Queste terre di brume rimarranno perpetuate per lui nell’immagine delle strade e dei campi occulti sotto la nebbia. Fenomeno che accompagna gli abitanti di questi luoghi quasi tutti i giorni (in autunno ed inverno), e di fronte al quale più di uno si chiederebbe se il cielo è disceso in terra, fosse anche solo per mostrare il suo volto oscuro ed umido. Federico Fellini universalizzò questa circostanza in un modo particolarmente tragicomico nel suo film Amarcord (me lo ricorda Lanzillotta). Dapprima in quella sequenza in cui il personaggio del nonno, dopo aver chiuso il cancello di casa sua, si ritrova in mezzo ad una fitta nebbia e si chiede, incredulo e convinto al contempo: “Dove sono? Mi sembra che non sono in nessun luogo. Se la morte è così, non è mica tanto bella”; poi in quell’altra, immediatamente posteriore, che nonostante lo stesso clima, diventa più aurorale, rispondendo alla domanda crepuscolare della prima: mentre attraversa un paesaggio di alberi spettrali, visibili ed invisibili allo stesso tempo, il nipote si dirige verso la scuola riconoscendo già, perplesso ed affascinato, le immagini del futuro.
Però a questa esperienza dell’infanzia (irriducibile, nonostante il logorio incessante al quale è sottoposta), bisogna aggiungere quella che il nostro artista vivrà molto tempo dopo in Spagna. Dopo essersi stabilito in questo paese (di nuovo la terra sconosciuta, di nuovo il turbamento dell’apatride, come quando emigrò dal sud al nord d’Italia), sente di nuovo l’elevazione ascetica della luce e del paesaggio quando attraversa la meseta castellana. Uno sguardo trasparente come quello del bimbo – per sempre depositato negli strati più profondi della vita psichica – in cui affiora sussurrante il ritorno di ciò che era represso, gli permette di percepire in maniera ipersensibile la solarità e l’immensità di questa estensione di terra da dove emergono, sparse, querce che creano la distanza ed uniscono il vuoto.
Le visioni e gli stati descritti, stimolati dalla forte concentrazione di bruma e dalla vasta radiazione solare, impregnano oggi la pittura di Lanzillotta. Per cui l’artista realizza un’equazione riflessiva e visionaria i cui risultati più immediati si avvertono nel velo che copre le immagini, così come nella luminosità che le invade, conferendo loro una proprietà semitraslucida comune a tutte, e che mi sembra essere in buona parte la fonte della loro potenziale seduzione.
A questo punto del nostro percorso ci incontriamo già con quella terza esperienza della luce suggerita all’inizio di questo scritto. Come si avrà potuto indovinare, si tratta di quella costituita dal proprio atto di dipingere. Solo questo infatti, sia nel suo significato simbolico che artigianale, nomina un fatto, se non miracoloso, che sfiora il miracolo: portare alla luce (in castigliano dar a luz significa partorire ndt.) e far luce, ossia, illuminare il mistero. Per quanto riguarda il nostro pittore, bisogna dire che mostra tutta la sua destrezza in questa doppia operazione creatrice e tecnica. È da segnalare, in questo senso, l’estrema attenzione che dedica alla conquista del suo obbiettivo. Così, esegue un lavoro dettagliato, paziente, minuzioso, ossessivo ed estenuante, che consiste nel sopprimere qualunque traccia gestuale che lo perturbe, impegnandosi ad allisciare la materia pittorica ed a pulire la superficie stessa, fino a raggiungere quella patina da “primitivo italiano” che raccolga quella luce e quell’umidità adatte a costruire il clima fisico e visuale di ciò che è immaginato. Un processo depurativo che, paradossalmente, utilizza l’addizione più che la sottrazione, poichè l’artista si obbliga a sovrapporre sottili e successivi strati di pittura fino ad ottenere l’effetto desiderato. Procedimento che contiene, in se stesso, un simbolismo che rafforza la memoria latente dei suoi dipinti: strati che sedimentano il ricordo di ciò che fonda il suo futuro. Questo modo di lavorare conferma, a sua volta, un fare strettamente pittorico, agli antipodi di un’operazione postmoderna di decostruzione presuntivamente implicita nel velamento dell’immagine, come forse poteva succedere con i suoi lavori di anatomia umana (volti e corpi frammentati), nei quali “la velatura protettrice ci impedisce di toccare la pelle” . Qui, la predominanza dell’atmosfera brumosa non ci separa dal paesaggio. Piuttosto ci rende suoi abitanti, “introducendoci” al loro interno, poichè quel velo che li ricopre non è protezione, ma humus del luogo che tocca l’occhio e lo ravviva con la sua sostanza gassosa, lo impregna con la sua umida fisicità.
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Maurizio Lanzillotta dichiara con orgoglio l’appartenenza di questi lavori - e la sua propria - alla “provincia italiana”. Per evitare ogni eventuale maliziosa interpretazione di questa espressione, aggiungerò che si riferisce a quella provincia della creazione che ha donato il suo prestigioso spirito creatore al divenire dell’arte: nella tradizione Giotto, nei primi decenni del ventesimo secolo la scuola metafisica ferrarese, soprattutto De Chirico, e, ovviamente, Giorgio Morandi. Inoltre, per confessione propria, il suo grande ascendente (non tanto per genealogia iconica quanto per affinità intellettuale) sarebbe Mattia Moreni, del quale fece sua una domanda che da allora porta con sè, come una chiave che gli apre la porta alla propia libertà di azione: “Ma cos’è tutto questo starnazzare sul Post-moderno, se la modernità non ha avuto ancora luogo?”. La risonanza enigmatica di questa interrogazione anima il rapporto di Lanzillotta con l’arte, stimolando la sua creazione. Enigma che, in saggia risposta al “maestro”, egli non ha voluto decifrare, ma piuttosto ricorrere, lasciandosi trasportare dalla sua corrente fecondatrice. Per quanto mi riguarda, ho il presentimento che dietro questa domanda si trovi la viva realizzazione dell’(im)possibile ai margini della storia, con assoluto disprezzo per i dettati del “culturale” e dell’attualità. E qui è dove si distingue il lavoro che ammiriamo in questa esposizione, nel quale si annuncia una metafisica dell’esteriorità attraverso una narrazione interiorizzata del paesaggio, viva presenza di un tempo e di uno spazio inattuali ed incolti. D’altra parte cos’è il paesaggio se non la vasta incarnazione dell’impensabile o, ancor più, dell’innominabile, di ciò che è refrattario ad un tema illustrato – pittorico, letterario, filosofico o quant’altro? In questo insiste Maurizio Lanzillotta, immaginando uno scenario onirico e naturalista, reale e speculare, che suscita una contemplazione innegoziabile, incalcolabile, forse parte di una promessa, se non di felicità, si di encantamiento.
Scenario che, d’altra parte, restituisce al sentimento sublime della natura la specificità che lo costituisce: il dualismo paesaggio interiore, paesaggio esteriore, perno di unione di tutte le esperienze accumulate del paesaggio in una sola esperienza sacra della natura. A questo proposito, recuperando nella sua propria pittura il tradizionale e forte senso italiano della simmetria, il nostro artista reintroduce un sentimento del sacro perfettamente risolto con l’albero, la cui ubicazione nello spazio pittorico è giusta evocazione di centralità. Non invano una moltiplicata sensazione di calma ed equilibrio invade le scene presiedute da questo albero emblematico, rafforzando l’impressione di natura pacificata comune a tutte. Una sorta di affermazione di uno stato di calma che invita alla ricostituzione dell’uomo nella natura, conforme ad una relazione incondizionale, senza profitto, forse realizzabile solo come incontro. Però soffermiamoci, per questa volta, sulla bontà della serenità che emana da queste pitture. Una virtù che non riesce ad alterare nemmeno l’irruzione di un elemento così devastante come il tornado. Di fatto, una osservazione prolungata di quel gruppo di quadri il cui protagonista è il tornado, convince pienamente del fatto che non vi è reclamazione di una natura scatenata. Contemplandoli attentamente, nei dettagli e panoramicamente, nulla suscita una coscienza di pericolo associato alla sua azione distruttiva. Segnalerei addirittura che, più che di azione, si potrebbe parlare di “in-azione”, per essere rimasta sospesa (per l’attitudine dell’artista) la violenza inerente a questo fenomeno che fa rabbrividire ed al contempo è visualmente affascinante. In questo senso, Maurizio Lanzillotta non sembra manifestare il sogno di una turbolenza estrema, ma piuttosto una volontà di garantire, avendo scelto un fenomeno della natura che rappresenta la manifestazione bruta della sua innocenza, uno spazio di beatitudine. Non solo, ma mi piace immaginare che questa presenza imponente ed unica che, come l’albero millenario, organizza sia lo spazio pittorico che il mentale, è l’entità geniale nella quale si incarna la onnipotente singolarità del luogo.
Sia questo vero o no, nulla potrebbe smentire il desiderio del nostro artista di rendere evidente quella quiete originale che non ha soltanto ammainato il fragore inscenato in questa serie, ma che ha fatto di tale quiete lo stato e la conseguenza della narrazione che quest’opera, tutta, è. Ciò equivale a parlare di una visione che ha in se stessa tale qualità, forse perchè gli era già rimasta sedimentata, come se fosse un dono che il paesaggio gli fa e che lo accompagna per tutta la vita. Voglio pensare che sia propio così, che il paesaggio offra questa grazia durante, almeno, i primi dodici anni di vita, della quale grazia ci fa partecipi Maurizio Lanzillotta in un atto di generosità che corrisponde alla gratitudine che lo ha originato. Ed è, simultaneamente, un invito a rimanere fedeli al silenzio primigenio, attenti al rumore di ciò che lí fu, di ciò che senza mai cessare avviene.
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