Nel mandala vizioso, per Maredo
Giulio Guberti, 85
Un cerchio è un mandala e un circolo sempre vizioso:
si parte e si ritorna sempre allo stesso punto, circolando,
e il centro è un punto come gli altri, ma grondante presunta egemonia
e, di fatto, l’ambiguità consiste in questa vertigine: figlia
dell’arte, dell’artista, dell’opera d’arte: circolarità
del loro scambiarsi la parte e vortice e baratro, ogni volta e sempre
senza che si concluda, senza mai arrivare se non dove si era partiti,
ogni volta credendosi al centro di un cerchio, solamente circolo vizioso.
Ma il cerchio delimita anche uno spazio franco: per chi c’è
dentro,
uno sguardo d’intimità, spazio concupito all’interna
inconsistenza
in cui si vorrebbe eliminato l’orrore del mondo: dagli occhi rotondi;
l’orrore incavo del di fuori, ancora vizioso circolo o sfera di
cristallo.
Qui non si pone mai il fondamento della conoscenza mondana;
non si conosce altro che non sia il racconto raccontato
a partire dalle parole: in quanto i cosiddetti uomini in carne ed ossa
non si conoscono. Qui se mai si pone l’eterna domanda, celeste rimando,
dell’essere che non avrà risposta: la passione esorbitante
di una vita che non può essere né svelata né occultata.
Così.
La parole vale per sé ed ancor più, forse, l’immagine
non più serva
che sul supporto traccia una mano sicura. Sicura di che?
Se il cuore è tremante e il pensiero è un sentiero d’erbe,
interrotto, di quelli frequentati nel bosco dai legnaioli legnosi,
sentieri che si perdono e portano alla loro stessa fine: nient’altro:
significanza demente dell’uomo maldestro di assomigliare a un dio.
Non raggio nel mandala vizioso – non ruota del paleolitico né
macina
del mulino -: un segno dell’immagine che si perde perdendosi,
un segno del pensiero che porta alla sua stessa fine senza che nulla
possa il volere: la differenza tra l’essere e l’esserci. L’imposizione.
Nota
Questa scrittura è dedicata a Maurizio Lanzillotta in occasione
della sua prima mostra personale. I riferimenti a Martin Heidegger sono
molteplici – come chiunque può notare – ma assunti
liberamente, magari fino al tradimento: come del resto ha sempre insegnato
l’insigne filosofo, teorico del pensar-poetando. La difficoltà
consisteva nel mettere assieme due figure (riscontrabili nello stesso
Heidegger) che, quantomeno, non sembrano proprio in sintonia: il cerchio,
orto concluso, circolo vizioso, mandala della perfezione, e il segno che
porta alla sua stessa fine, figura aperta, sentiero interrotto nel bosco
(Holzwege). Questa difficoltà (assunta come trama) si è
risolta inserendo il segno che si perde dentro il cerchio dell’intimità.
Anche in Maurizio Lanzillotta, mi pare, queste due figure sembrano coesistere
senza scontrarsi, a volte perfino interdipendenti, disperse nella pittura,
Gran Madre di tutte le figure e le immagini, ma che, a differenza dell’iconografia,
non svela né occulta: ambiguamente da sempre come la poesia. Credo
si possa concludere con lo stesso Heidegger (nel saggio “Perché
i poeti?”): “Arrischiare significa: far entrare nel movimento
del gioco, mettere sulla bilancia, rimettere al pericolo. L’arrischiato
è quindi senza protezione, ma lo è perché si trova
in bilico, mantenuto nel rischio”. Nel cerchio di fuoco e vizioso
della vertigine, nel sentiero del bosco che conduce alla sua propria fine.
Nell’imposizione del rischio: magari sorridendone.
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